IUT per Luca Regonaschi

Il mio Iseo Ultra Trail comincia da Sarnico prima dell’alba. Alle 5, subito in salita, la torcia frontale e un sentiero che ho fatto l’anno scorso per raggiungere il monte Bronzone. Lo zaino è essenziale, ho la camel-bag da due litri e un bicchiere pieghevole che utilizzo alle fontanelle. Un’ora e compare la luce, meglio, così mi godo la prima veduta dall’alto su Sebino e Montisola, perni del mio cammino ad anello.

Prima della vetta mi fermo in compagnia delle caprette, una piccola mandria che stazione sempre da queste parti, un campanellino e un po’ di confidenza. Sul Bronzone sono io a suonare la campana; faccio pure qualche foto, con me ho la GoPro: mi è sempre piaciuto immortalare gli istanti montanari e conservarne il ricordo. Poi giù dall’altro versante, ma cominciano i sentieri che ignoro e gli appunti cartacei non bastano. Una biforcazione, in particolare, mi crea molto dubbi. Chiamo Diego, una foto su whatsapp e la strada è quella giusta, poi comincio a utilizzare con più frequenza la sua traccia Gps quando non sono sicuro del percorso. Ci sono, però, vari cartelli che fanno al caso mio. Esco dal bosco, un tratto di strada sterrata, il lago è sempre lì, sulla mia destra. A Fonteno mi disseto alla fontana, ci sono un sapone e una spazzola, penso che sia usata ancora come lavanderia. Poi sosta al bar, succo e brioche con vista, e di nuovo sul sentiero. Poco più avanti c’è la panchina gigante, collocata in un punto molto panoramico: famiglie, coppie, anziani, bambini, c’è un bel via vai e fa piacere che la montagna sia vissuta, ma non ho ancora capito se questo sia il modo corretto. Poi Solto Collina, quasi sempre in discesa, un po’ strada e un po’ sentiero, un sorso d’acqua e un morso alla barretta. Il tempo passa, la fatica non si sente, forse non c’è proprio, sto bene e vado avanti con calma, l’appuntamento per la notte è a Costa Volpino. Ma ci sono ancora Castro e Lovere, che sfioro soltanto prima di scendere a Costa Volpino. Qui lemonsoda, patatine e toast, mentre l’affascinante barista mi avverte che raggiungere il Guglielmo da lì è impensabile. Ci penserò domani, sto talmente bene che avrei voluto proseguire, i rifugisti dell’Almici mi aspetterebbero, ma per oggi è sufficiente. In albergo: doccia, stretching, cena abbondante e a letto presto.

L’idea originale era di fare tre tappe, sproporzionate, improvvisate, male organizzate, la prossima sul Guglielmo, tant’è che ho scambiato diversi messaggi con i gestori dell’Almici, troppo gentili e disponibili, ma sto bene: punto la sveglia alle 3.30 e so già che niente mi impedirà di chiudere il periplo già domani. Apro gli occhi in anticipo, colazione con barretta ai cereali e lattina di tè, torcia e zaino, scarpe e bastoncini, felpa e via. Attraverso l’Oglio alle 4, poi tre quarti d’ora per arrivare a Pisogne e trovare l’imbocco della salita. Il buio rende mistici questi istanti, tra paura e introspezione, tipo: non vedi nulla là fuori, tanto vale guardarsi dentro. Da qui non sono mai passato e la traccia Gps è fondamentale almeno per districarsi fra le ultime viuzze, prima che i segnavia e l’alba mi spianino la strada verso la montagna dei bresciani. Che ha una prima parte quasi urbana, srotolata fra sentieri comodi e stradine sterrate. E una seconda, dopo malga Aguina, fatta di rampe erbose fra alpeggi e creste. Oggi, sei anni fa, ho salutato per l’ultima volta mio papà Daniele, lui che è salito da qui e che ha condiviso con me tante esperienze di corsa, di montagna e di corsa in montagna. Lo sento forte ed è chiaro, dentro e fuori di me, aria e polmoni, che oggi farò due tappe, una per me e una per lui. Penso a Massimo Stano, il marciatore d’oro a Tokyo, e ripeto il suo stesso ritornello: “Sono il migliore, non mi ferma nessuno”. Giusto due chiacchiere con un malghese, mentre addento metà barretta, e su di nuovo verso Punta Caravina, sullo spartiacque con la Valtrompia. Il Gölem non arriva più e le gambe cominciano a essere pesanti. Il monumento al Redentore spunta verso le 8.30, il tempo di scendere all’Almici e sto già seduto con succo, aranciata amara, brioche, biscotti e cioccolata. Pancia piena, comoda discesa fra malghe e rifugi, sino alla Forcella di Sale, poi è ancora sentiero in salita, il sole che picchia, il cappellino girato all’indietro, le braccia che spingono più dei quadricipiti, malmenati dalle pendenze. Ecco Punta Almana, di fronte a Montisola, la quiete prima delle tempesta: calarsi da qui non è per niente facile e lo so bene. Siamo sul 3V, il Sentiero delle tre valli bresciane, e questo è uno tratti più impegnativi, una picchiata obliqua e sdrucciolevole, tant’è vero che scivolo e appoggio le mani quando gli stinchi hanno già accarezzato la terra. Ok, pazienza, la lucidità inizia a latitare e verso il Rodondone esco dalla traccia perdendomi fra rovi e sentierini. Per fortuna che a Santa Maria del Giogo c’è un ristorante: è il momento, alle 14, di una bella sosta in compagnia delle tagliatelle ai funghi.

Ritemprato, ancora in discesa verso Punta dell’Orto per capire che la quota da perdere è ancora molta, un altro sentiero all’in giù per niente facile e una litania di chilometri per arrivare a Iseo. In questo tratto ci sono sin troppi cartelli, Iseo di qua, Iseo di là, e io ovviamente prendo la direzione più lunga, ma in qualche modo raggiungo il lungolago e il centro del paese. Mi oriento e cammino verso Sarnico, scambio qualche messaggio per far passare il tempo, ma in questo Ultra Trail non ci si annoia mai. Quindi, fra vigneti e piccoli centri urbani, ecco l’ultimo sentiero per il monte Alto: il nome pare esagerato, ma vi assicuro che, dopo una giornata di cammino, è davvero azzeccato. Il sentiero è ripido e sassoso, un albero caduto e qualcosa di grosso che si muove davanti a me (un cinghiale?): c’è sempre da divertirsi. Una zanzara mi perseguita come la goccia d’acqua del carcerato, mentre in cima tre ragazzi aspirano dal narghilè una shisha alla menta. Offrono un tiro, ma io sono già sballato così, loro ridono, io pure, anche se il sole comincia a scendere e devo muovermi subito. Giù, allora, verso la chiesetta degli alpini, Paratico e infine il ponte di Sarnico, preludio al mio traguardo. Un signore chiede l’elemosina e io mi sento tanto privilegiato quanto stronzo; una giovane donna domanda una firma per chissà cosa, ma non ricordo più come mi chiamo. Qualcuno fuma, lo sguardo rassegnato sulla sigaretta. Ragazze alticce indossano profumi floreali più che umani. Ho sete, le gambe distrutte, l’umore di chi deve ancora capire se è bene o male esagerare così, da soli, in montagna. Ma, zio cantante, non scambierei mai il mio vizio con quello degli altri! Sono le 21 e tutto va bene.